Se ti sembra di vivere in un episodio di Black Mirror scritto da un economista col dente avvelenato, tranquillo, non sei solo. La Silicon Valley sta giocando alla roulette russa con le GPU e il tamburo gira sempre più veloce. Il problema è semplice nella forma e devastante nella sostanza: nessuno sa davvero se le GPU il cuore pulsante dell’industria dell’intelligenza artificiale saranno escluse dalle nuove tariffe volute da Trump, ed è bastata questa incertezza per mandare in cortocircuito l’intero settore tech.
Wall Street ha risposto come ci si aspetta quando sente puzza di tariffe su hardware strategico: vendendo tutto come se non ci fosse un domani. Nvidia giù del 7.59%, TSMC del 7.22%. E mentre a San Francisco si respira quell’arroganza zen da “tanto ci esentano, come con Apple nel 2018”, a Washington lo scenario è più simile a un incendio in un datacenter gestito da stagisti bendati. Nessuno sa cosa stia succedendo, nessuno risponde alle mail, e chi dovrebbe avere risposte tipo NIST, USTR (ma mico li ho assunti io questi…) o la Casa Bianca – preferisce giocare a scaricabarile o sparire del tutto. Se cerchi chiarezza, buona fortuna.
Il nodo è che la tariffa esclude i chip grezzi, ma non i dispositivi finiti che li contengono. Il problema? Nessuno importa GPU nude. I moduli che servono per l’addestramento AI vengono spediti come interi server, assemblati a Taiwan e poi caricati su cargo diretti verso i datacenter americani. E quelli, caro mio, rientrano nel range del 32% di tariffa.
La maggior parte delle GPU AI arriva in formato server, non in blister da scaffale. Quindi sì, a meno di interventi divini o favoritismi presidenziali, la tariffa è destinata a colpire proprio nel cuore del boom AI. Le GPU verranno trattate come se fossero lavastoviglie o biciclette cinesi. Cioè, col bazooka doganale.
Nel frattempo, le grandi AI companies e i cloud provider stanno cercando di fare quello che si fa in questi casi: inginocchiarsi. OpenAI, Anthropic, Amazon, Google – tutti in fila a baciare l’anello di Trump, o quello di chiunque lo consigli. Non è solo una questione di costi: è una questione di sopravvivenza. La Stargate initiative, quel mega progetto da 500 miliardi annunciato pochi mesi fa alla Casa Bianca per costruire infrastrutture AI, potrebbe trasformarsi in un Titanic se le GPU diventano oro tariffato.
E la paranoia è palpabile. Le lobby tech a Washington parlano come veterani del Vietnam: “Pensiamo di essere a posto, ma nessuno è sicuro.” Traduco: sono nel panico. Anche perché Trump non è noto per la coerenza o la prevedibilità. Oggi ti invita alla Casa Bianca, domani ti schiaccia con una tariffa del 40% perché Jeff Bezos ha pubblicato un articolo sgradito sul Washington Post. Nulla è certo, tranne l’incertezza.
Il risultato? Un’economia in fibrillazione. I “Magnifici Sette” della borsa tech hanno perso più di 1 trilione di dollari in capitalizzazione di mercato da quando le tariffe sono trapelate. Il rischio sistemico è concreto. Se le GPU si fanno rare o proibitive, l’intero ecosistema cloud – da Amazon a Microsoft passando per Google – si incarta. Addestrare modelli diventa più costoso, l’accesso ai servizi AI si restringe, e il sogno della democratizzazione dell’intelligenza artificiale si spegne nella nebbia doganale.
Qualcuno prova a muoversi. Nvidia ha avviato la produzione di chip AI sul suolo americano, a partire dallo stabilimento TSMC in Arizona. È una mossa strategica per minimizzare l’impatto tariffario, ma nel breve termine non sposterà granché. I volumi non ci sono ancora. E soprattutto, gli altri non sono Nvidia. Le startup AI, i piccoli laboratori universitari, persino i costruttori di PC custom: per loro, questa spirale tariffaria è una trappola mortale.

E se pensavi che il peggio fosse dietro l’angolo, ti sbagli. Perché la Cina, mai banale nelle rappresaglie, ha risposto con nuove restrizioni all’export di terre rare, quelle materie prime senza cui non costruisci neppure una calcolatrice da discount. Il 90% delle terre rare arriva da Pechino. Se decidono di chiudere il rubinetto, le fabbriche americane possono anche trasformarsi in showroom vuoti.
Quindi no, non è solo una questione di costi. È una questione di geopolitica, di filiere spezzate, di alleanze instabili. Ed è soprattutto una questione di fede: nel 2025, avere accesso ai chip AI dipende più da quanto sei simpatico a Trump che da quanto sei strategico per il Paese. E in un mondo dove l’intelligenza artificiale è l’ossigeno dell’economia digitale, questa è una roulette russa giocata con una Beretta.