La Silicon Valley non è un posto per anime buone, né per idealisti da laboratorio. È un’arena darwiniana in cui anche chi ha fondato una compagnia su ideali filantropici può svegliarsi un giorno come imputato in una causa federale. È il caso di Sam Altman, CEO di OpenAI, sfidato in tribunale da Elon Musk, co-fondatore della stessa creatura che oggi cerca di smantellare, con la consueta faccia da mecenate offeso e il portafoglio da imperatore.
La battaglia tra i due supermiliardari si consumerà (forse) il 16 marzo 2025, data fissata dalla giudice Yvonne Gonzalez Rogers del distretto federale di Oakland, California. Non siamo più nel campo delle dichiarazioni piccate su X (già Twitter), ma dentro un’aula dove si deciderà se la metamorfosi di OpenAI da non-profit ad azienda a scopo di lucro “pubblico” sia legale, o semplicemente un colossale tradimento del suo scopo originario.

Musk sostiene che OpenAI ha abbandonato la sua vocazione originaria di entità benefica votata alla sicurezza dell’intelligenza artificiale per piegarsi ai dollari di Microsoft, che dal 2019 ha iniettato miliardi nel progetto. Da allora, sostiene Elon, la baracca è diventata un braccio armato del colosso di Redmond, con buona pace dell’”intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità”.
Altman, dal canto suo, risponde con la solita mossa siliconiana: accusa Musk di voler semplicemente sabotare un concorrente. Non una difesa sull’etica, ma un contrattacco sul business. Secondo OpenAI, tutta questa faccenda legale non è altro che un tentativo maldestro e meschino del patron di Tesla per spingere il suo nuovo giocattolo, xAI, sulla scena globale, distruggendo la reputazione di chi è arrivato prima.
E non è solo retorica legale. xAI, creatura fondata da Musk nel 2023, ha appena inglobato la piattaforma X, valutando la nuova entità “XAI Holdings” oltre 100 miliardi di dollari, secondo Bloomberg. Quindi, sì: ogni parola, ogni accusa, ogni pagina del fascicolo Musk v Altman ha una cifra dietro. E non sono spiccioli.
OpenAI, intanto, continua il suo percorso verso la piena trasformazione capitalistica. Con una raccolta fondi chiusa a fine marzo da 40 miliardi di dollari guidata da SoftBank – valutazione totale a 300 miliardi – il piano industriale prevede il completamento della ristrutturazione entro fine 2025. Ma se qualcosa dovesse andare storto (leggasi: se il tribunale dovesse darle torto), SoftBank ha già inserito una clausola per ridurre il suo impegno a 20 miliardi. Il segnale è chiaro: nessuno scommette alla cieca quando i regolatori e i giudici bussano alla porta.
Altman, nel frattempo, cerca di rassicurare gli investitori e i partner giapponesi, mentre in California e Delaware i legali dell’azienda sono impegnati in consultazioni febbrili con le autorità per legittimare ogni mossa. La pressione di un processo pubblico nel 2025, però, rischia di intaccare la fiducia nel piano di crescita della società. Non è un caso che l’udienza sia stata accelerata: aspettare fino al 2027, come avviene spesso in questi casi, avrebbe significato lasciare Altman libero di completare la transizione e blindare tutto a posteriori.
Musk, invece, gioca su più tavoli. Da una parte si presenta come il paladino dell’etica dell’AI, colui che aveva visto lontano e oggi pretende coerenza. Dall’altra, costruisce imperi paralleli in cui le regole le fa lui e il resto del mondo deve solo accodarsi. L’ironia è che il più grande critico dell’intelligenza artificiale oggi sta cercando di dominarla meglio degli altri. Come al solito.
Se vuoi seguire lo scontro in tempo reale, il caso è Musk v Altman, 4:24-cv-04722, alla US District Court, Northern District of California (Oakland).
Benvenuti nel vero spettacolo dell’AI. Non c’è bisogno di prompt: basta leggere il copione del capitalismo della nuova era.