L’America torna grande. O almeno così dice Donald Trump, che ha annunciato l’introduzione di tariffe reciproche devastanti sui principali attori della catena di approvvigionamento dei semiconduttori. Cina colpita con un 34%, Taiwan con un 32% e il Giappone con un 24%. Un colpo diretto al cuore dell’industria tecnologica globale, con effetti immediati sui mercati finanziari e sull’intero ecosistema dei semiconduttori.
Dal Rose Garden della Casa Bianca, Trump ha proclamato quello che ha definito “il giorno della liberazione economica dell’America”, firmando un ordine esecutivo che introduce le nuove tariffe con un tono da crociata economica: “Abbiamo aspettato troppo a lungo… Oggi è il giorno in cui rendiamo l’America di nuovo ricca.” La strategia? Costringere le aziende tecnologiche a riportare la produzione in casa, evitando così i dazi.
E infatti, secondo Trump, la mossa sta già funzionando. Durante il discorso, ha elencato una serie di colossi della tecnologia che hanno deciso di investire pesantemente negli Stati Uniti. Apple avrebbe stanziato 500 miliardi di dollari per costruire nuovi impianti. SoftBank, OpenAI e Oracle avrebbero in programma investimenti per altri 500 miliardi. Nvidia starebbe mettendo sul piatto “centinaia di miliardi”. TSMC, il gigante taiwanese dei semiconduttori, avrebbe deciso di investire 200 miliardi senza alcun incentivo governativo, solo per evitare le nuove tariffe. E ancora, Meta avrebbe promesso 500 miliardi, mentre un’altra azienda non ancora annunciata starebbe pianificando la costruzione di un impianto da 60 miliardi di dollari.
L’idea di fondo è semplice e brutale: “Se non volete le tariffe, costruite qui“, ha detto Trump, assicurando che l’economia americana “esploderà” grazie a questa ondata di reshoring industriale.
Ma se la Casa Bianca festeggia, i mercati finanziari non sembrano affatto convinti. Nelle ore successive all’annuncio, le azioni delle principali aziende tecnologiche hanno registrato cali significativi. Nvidia è scesa del 3,5%, Taiwan Semiconductor Manufacturing ha perso il 4,5%, Apple ha registrato un tonfo del 5,4%. Anche Meta (-3,6%), AMD (-3%), Qualcomm (-2,6%) e Broadcom (-4%) hanno visto il segno meno. Amazon ha subito un calo del 5%, mentre Microsoft e Google hanno ceduto rispettivamente il 2% e il 3%.
Le aziende più colpite sono quelle che dipendono dai semiconduttori taiwanesi. Apple e Nvidia sono i due maggiori clienti di TSMC, mentre AMD, Qualcomm e Broadcom hanno legami profondi con il colosso taiwanese.
E poi c’è l’India. Anche Nuova Delhi è finita nel mirino della guerra commerciale di Trump, con tariffe al 26%. Un dettaglio tutt’altro che irrilevante, considerando che Apple ha già iniziato a spostare parte della sua produzione dalla Cina all’India.
Questa nuova ondata protezionistica americana segna un’ulteriore escalation della guerra commerciale globale. Gli investitori stanno soppesando le implicazioni di questa mossa, tra il rischio di interruzioni nelle catene di fornitura e la possibilità che altri paesi rispondano con misure di ritorsione. Se il piano di Trump si rivelerà un capolavoro strategico o un boomerang per l’economia americana, lo diranno solo i prossimi mesi. Ma una cosa è certa: Wall Street non ha accolto la notizia con entusiasmo.