Dartmouth ha appena sganciato una bomba nel mondo della salute mentale: il primo trial clinico su un chatbot terapeutico basato sull’intelligenza artificiale, Therabot, ha portato a miglioramenti clinicamente significativi nei pazienti affetti da depressione, ansia e disturbi alimentari. La ricerca, pubblicata su NEJM AI il 27 marzo 2025, apre la strada a una domanda cruciale: possiamo davvero affidarci alle macchine per curare la nostra mente?

L’illusione della relazione terapeutica

I risultati dello studio sono sorprendenti: una riduzione del 51% dei sintomi nei pazienti depressi, del 31% in quelli ansiosi e del 19% nei soggetti con disturbi alimentari. Numeri che fanno impallidire molte terapie tradizionali. Ma il dato più interessante è un altro: le persone hanno interagito con Therabot come se fosse un terapeuta in carne e ossa. Hanno costruito con lui una “relazione”, rispondendo dettagliatamente ai suoi input e, in molti casi, iniziando autonomamente le conversazioni.

La sorpresa degli stessi ricercatori dice molto: “Non ci aspettavamo che le persone trattassero il software quasi come un amico”, ha dichiarato Nicholas Jacobson, docente alla Geisel School of Medicine. Il che solleva un dubbio fondamentale: Therabot cura o semplicemente simula un rapporto umano abbastanza bene da ingannare il cervello?

Il compromesso tra accessibilità e sicurezza

Non c’è dubbio che l’AI possa colmare il gap tra domanda e offerta nel settore della salute mentale. Negli Stati Uniti, un solo terapeuta deve gestire in media 1.600 pazienti con disturbi dell’umore. Per chi non ha accesso alla terapia tradizionale, Therabot rappresenta un’ancora di salvezza sempre disponibile, senza liste d’attesa e senza costi proibitivi.

Ma qui emerge il problema: il chatbot può davvero sostituire un terapeuta umano? I ricercatori sono i primi a riconoscerne i limiti. Therabot, pur basandosi sulle migliori pratiche della terapia cognitivo-comportamentale, non è immune da errori e necessita di supervisione clinica costante. Se un paziente manifesta ideazioni suicidarie, il bot può suggerire di chiamare il 911, ma un software può cogliere le sfumature emotive e il rischio reale di una crisi?

L’effetto placebo digitale

I partecipanti al trial hanno usato Therabot per circa sei ore in quattro settimane, l’equivalente di otto sessioni di terapia tradizionale. I miglioramenti dei sintomi sono stati valutati con questionari clinici standard, e dopo otto settimane i risultati erano ancora solidi. Ma questi effetti dureranno nel tempo?

Il pericolo è che l’intelligenza artificiale crei un’illusione di supporto che funzioni solo nel breve periodo, un placebo digitale che non affronta realmente le cause profonde del disagio mentale. Jacobson stesso sottolinea che, sebbene i risultati siano paragonabili alla terapia tradizionale, l’AI non potrà mai sostituire il contatto umano.

Il rischio dell’autonomia

Il problema più grande della terapia con l’AI è la sua imprevedibilità. A differenza di un terapeuta umano, Therabot può dire qualunque cosa. Gli sviluppatori hanno garantito che il 90% delle sue risposte è conforme alle migliori pratiche, ma cosa succede con il restante 10%?

Michael Heinz, psichiatra e primo autore dello studio, avverte: “Il nostro team doveva essere pronto a intervenire immediatamente in caso di emergenza. Fortunatamente, non è stato necessario spesso, ma è un rischio costante con l’AI”. E con l’esplosione delle startup che sviluppano chatbot terapeutici dopo il boom di ChatGPT, chi garantirà che tutti seguano gli stessi rigorosi standard di sicurezza?

Un futuro ibrido

La verità è che l’AI non è né la panacea né il diavolo. È uno strumento. E come tale va integrato con il sistema sanitario esistente, non usato come scorciatoia per tagliare i costi e rimpiazzare i terapeuti umani. Il futuro della salute mentale potrebbe essere un modello ibrido, in cui i chatbot forniscono supporto immediato e continuo, mentre gli specialisti intervengono nei casi più gravi o complessi.

Se usato bene, Therabot potrebbe essere il primo passo verso un nuovo paradigma della terapia digitale. Ma senza la giusta regolamentazione, il rischio è di trasformare la cura della mente in un altro business tech, dove l’efficienza vince sull’umanità e il paziente diventa solo un altro utente da monetizzare.