Viviamo nell’era dello zettabyte, una realtà in cui la produzione di dati cresce in modo esponenziale, superando la nostra capacità di elaborazione e comprensione. Luciano Floridi, uno dei massimi filosofi dell’informazione, ci mette in guardia: la conoscenza non è una costruzione naturale, ma un’abilità raffinata di interpretare e “hackerare” i dati che provengono dal mondo. Tuttavia, la vera sfida epistemologica non è tanto nell’accumulare dati, quanto nell’individuare i piccoli pattern, ovvero quelle micro-strutture informative che nascondono valore e significato in mezzo al rumore del superfluo.

Il problema cruciale, secondo il filosofo Luciano Floridi, (Information Quality https://academic.oup.com/book/27824/chapter-abstract/198112087? redirectedFrom=fulltext ) si articola in due domande fondamentali. La prima riguarda la qualità dell’informazione che siamo in grado di generare quando ci troviamo a trattare contenuti veritieri. La seconda, che affronta in un capitolo successivo, interroga la veridicità stessa di tali contenuti. Nel dibattito sulla qualità dell’informazione (IQ), emerge un nodo concettuale: quali dati sono realmente utili e rilevanti, e dunque degni di essere raccolti, curati e interrogati?
La visione tradizionale della qualità dell’informazione si basa sull’idea di “fitness-for-purpose“, ovvero sulla capacità dei dati di rispondere a uno scopo specifico. Tuttavia, Floridi sostiene che questa prospettiva, seppur valida, non sia sufficiente. È necessario affiancarle una metodologia di astrazione che consenta di adattare l’IQ a diversi obiettivi. In altre parole, non esiste un valore assoluto nella qualità dei dati: essa dipende dal contesto in cui viene applicata e dallo scopo per cui viene utilizzata.
Questo approccio è cruciale nell’analisi dei big data. La mole di informazioni che ogni giorno viene prodotta è così vasta da rendere impossibile un’analisi tradizionale basata sulla valutazione individuale di ciascun dato. Per questo, individuare pattern significativi diventa un’operazione strategica per estrarre conoscenza utile. Il rischio, altrimenti, è quello di perdersi nella ridondanza informativa, generando insight superficiali o addirittura fuorvianti.
L’epistemologia dei big data, secondo Floridi, deve quindi concentrarsi sulla capacità di raffinamento dell’IQ attraverso modelli adattivi e dinamici, capaci di filtrare il rumore e valorizzare i micro-pattern nascosti nei dataset. Solo attraverso un’analisi orientata allo scopo, e arricchita da un adeguato livello di astrazione, possiamo trasformare l’infodemia dell’era digitale in una conoscenza autenticamente significativa.
Se guardiamo alla filosofia contemporanea, ci sono diversi pensatori che, come Luciano Floridi, esplorano il rapporto tra conoscenza, tecnologia e società.

Byung-Chul Han e la società della trasparenza
Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano naturalizzato tedesco, critica l’ossessione contemporanea per la trasparenza e l’ipercomunicazione. Secondo lui, viviamo in una società in cui la sovrabbondanza di informazioni non genera conoscenza, ma confusione e conformismo. Il bisogno di rendere tutto visibile e quantificabile porta a un’erosione della privacy e dell’autenticità, trasformando la vita in un reality show continuo.

Nick Bostrom e il rischio esistenziale dell’IA
Nick Bostrom, autore di Superintelligence, esplora il rischio esistenziale legato all’intelligenza artificiale avanzata. Secondo lui, l’IA potrebbe superare l’intelligenza umana e sfuggire al nostro controllo, portando a scenari in cui l’umanità perde il proprio ruolo decisionale. Il problema chiave è sviluppare meccanismi di allineamento tra gli obiettivi dell’IA e i valori umani, ma questo è tutt’altro che semplice.

Bernard Stiegler e la tecnologia come pharmakon
Il filosofo francese Bernard Stiegler vede la tecnologia come un pharmakon, un concetto greco che indica sia veleno che medicina. La digitalizzazione e l’automazione possono migliorare la nostra condizione, ma rischiano anche di disumanizzarci, riducendo il pensiero critico e la capacità di attenzione. Per lui, il problema centrale è trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica e sviluppo umano.

Slavoj Žižek e l’ideologia nascosta nel digitale
Slavoj Žižek, filosofo sloveno, analizza il modo in cui il digitale rafforza nuove forme di ideologia. Secondo lui, le piattaforme digitali si presentano come strumenti neutri e democratici, ma in realtà rafforzano il controllo sociale e la sorveglianza. L’illusione della libertà online maschera nuove forme di sfruttamento e manipolazione.

Yuk Hui e la questione del tecnodiverso
Il filosofo cinese Yuk Hui critica l’universalismo tecnologico occidentale, proponendo il concetto di tecnodiversità. Secondo lui, ogni cultura dovrebbe sviluppare il proprio approccio alla tecnologia, invece di adottare passivamente i modelli imposti dalle grandi potenze tecnologiche. Questa prospettiva invita a ripensare il futuro digitale in modo più pluralista e meno centralizzato.
Tutti questi pensatori affrontano la stessa domanda fondamentale da angolazioni diverse: come possiamo vivere in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia senza perdere il nostro senso critico, la nostra libertà e la nostra umanità?
Siamo tutti bimbi di Floridi!