Questo articolo nasce dall’ispirazione fornita dal lavoro di Claudio Novelli (Yale University – Digital Ethics Center), Akriti Gaur (Yale Law School; Yale Information Society Project) e Luciano Floridi (Yale University – Digital Ethics Center; University of Bologna – Department of Legal Studies).
Two Futures of AI Regulation under the Trump Administration
SSRN PAPER : https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5198926
Le loro ricerche mettono in luce il complesso rapporto tra regolamentazione dell’intelligenza artificiale, governance politica ed etica digitale, temi che oggi più che mai richiedono una riflessione approfondita. Il dibattito sulla regolamentazione dell’AI non è solo una questione tecnica, ma un crocevia di scelte politiche, economiche e filosofiche che determineranno il futuro della società digitale.
L’intelligenza artificiale non è solo un affare di algoritmi e calcoli, ma una questione eminentemente politica, economica e filosofica. Il documento in esame getta luce su un bivio normativo che gli Stati Uniti potrebbero affrontare sotto una futura amministrazione Trump nel 2025: da un lato, una frammentazione regolamentare con stati che agiscono in ordine sparso; dall’altro, una stretta centralizzazione federale con Washington a dettare le regole del gioco. Due visioni opposte, due futuri in conflitto.
La deregulation su scala statale appare come una celebrazione del laissez-faire tecnologico: meno vincoli, più innovazione, più autonomia per le aziende e una corsa darwiniana all’intelligenza artificiale. Ma è davvero un vantaggio? Il rischio di un mosaico normativo potrebbe favorire il forum shopping delle grandi multinazionali, che sposterebbero le operazioni dove le regole sono più lasse, creando sacche di deregolamentazione con potenziali conseguenze sociali e occupazionali devastanti. Gli stati più aggressivi potrebbero diventare paradisi per startup audaci, mentre quelli più cauti rischierebbero di restare indietro.
Dall’altro lato, un accentramento federale imposto da Washington potrebbe garantire coerenza, controllo e responsabilità. Ma il centralismo regolatorio ha un prezzo: l’innovazione potrebbe soffrire, imbrigliata da una burocrazia che non sempre comprende il ritmo accelerato della tecnologia. Chi stabilisce le regole? Chi garantisce che non diventino un freno anziché una guida? La natura della regolamentazione dell’AI, infatti, richiede un equilibrio tra protezione dei cittadini e incentivazione alla crescita economica.
Più in profondità, il dibattito riflette un’antica tensione filosofica: l’ordine hobbesiano contro la libertà lockiana. Se da un lato un Leviatano regolatore potrebbe offrire sicurezza e prevedibilità, dall’altro la libertà creativa dell’AI in un mercato non eccessivamente vincolato potrebbe generare scoperte rivoluzionarie. Ma con quale prezzo etico? Il dibattito sull’AI non è solo giuridico, ma riguarda il modello di società che vogliamo costruire.
Oltre la dicotomia tra regolamentazione centralizzata e decentralizzata, si apre un altro fronte: chi eserciterà realmente il controllo sull’AI? Saranno i governi a definire i confini dello sviluppo, oppure le grandi aziende tecnologiche continueranno a dettare le regole? La storia ci insegna che il potere tecnologico, una volta accumulato nelle mani delle élite economiche, è difficilmente trasferibile ai cittadini o alle istituzioni pubbliche senza forti resistenze. L’AI non è solo un’industria emergente, ma una struttura di potere che sta riscrivendo le gerarchie globali.
Nel contesto geopolitico attuale, gli Stati Uniti non sono soli in questa corsa. L’Europa ha adottato un approccio normativo più rigido, con regolamenti pensati per garantire trasparenza, etica e diritti fondamentali. La Cina, invece, integra l’AI in un modello di sorveglianza e controllo statale, dove il governo guida lo sviluppo tecnologico con un’autorità quasi assoluta. Gli USA, nel mezzo di queste due visioni, rischiano di oscillare tra una deregulation selvaggia e un’iper-regolamentazione inefficace.
C’è poi il nodo dell’impatto economico e lavorativo. L’AI non è un semplice strumento di automazione, ma un agente di trasformazione dell’intero tessuto produttivo. Un sistema regolatorio inefficace potrebbe accelerare la perdita di posti di lavoro tradizionali senza fornire adeguate alternative. Il mercato del lavoro rischia di subire un’ondata di polarizzazione: pochi specialisti altamente qualificati al comando delle macchine intelligenti, mentre una massa crescente di lavoratori vede ridursi le proprie opportunità. Questo spostamento potrebbe generare nuove tensioni sociali e politiche, rendendo la regolamentazione dell’AI non solo una questione tecnologica, ma anche un imperativo di stabilità economica.
Il futuro della regolamentazione dell’intelligenza artificiale negli USA potrebbe essere il preludio di una tendenza globale: chi comanderà il gioco? Governi nazionali o dinamiche di mercato? Legislatori o conglomerati tecnologici? La scelta tra decentralizzazione e centralizzazione è solo la punta dell’iceberg di un dilemma più ampio che ci riguarda tutti: chi controlla il futuro? E soprattutto, chi ne trarrà i reali benefici?