Luciano Floridi è un pensatore che ha sempre giocato con i limiti del linguaggio e della comprensione, ma nel suo sfogo più lirico e tormentato ci racconta un dramma universale: la condanna dell’essere umano alla prigionia dell’imprecisione, della vaghezza, dell’inadeguatezza della parola.

Paradossalmente, è proprio con parole raffinate e chirurgiche che il filosofo romano trapiantato a Yale si dibatte nel labirinto del linguaggio. Un uomo che ha fatto della logica e della filosofia il proprio mestiere confessa che la parola lo tradisce. Non è l’amico fedele che dovrebbe servire la nostra mente, ma un despota capriccioso che si piega solo ai poeti. E noi, comuni mortali del linguaggio, siamo destinati a balbettare, a lanciare segnali come prigionieri in una cella insonorizzata. Locked-in, appunto.

Floridi parla con la frustrazione di chi sa che il pensiero non basta, che l’intelligenza senza poesia è sterile. Invidia i poeti perché loro possono “dire” e non solo accennare. Può descrivere il processo mentale come un gioco di bastoni che spingono, strattonano, solleticano idee già esistenti nelle menti altrui, ma mai davvero le creano, mai le rivelano nella loro pienezza. È un’imitazione scimmiesca, non un parto autentico.

La lingua, quando non è nelle mani di un poeta, è rozza, volgare, imprecisa. È una sega elettrica quando servirebbe un bisturi, un colpo d’ascia quando basterebbe un cesello. Il paradosso di Floridi è che mentre denuncia l’impotenza della parola, la usa con maestria per rendere tangibile la sua frustrazione. Ma nel suo stesso atto di ribellione contro l’inefficacia del linguaggio, Floridi scrive una delle sue pagine più poetiche, quasi a dimostrare che la consapevolezza del limite è essa stessa una forma di potenza espressiva.

La sua soluzione? Il furto. La letteratura diventa il suo campo di saccheggio. Se non può dire esattamente ciò che sente, se non può tradurre le emozioni senza mutilarle, allora ruberà dai poeti. Non per imitazione, ma per necessità vitale. Perché nel mare delle parole preconfezionate, nel pantano dei cliché e delle formule vuote, ogni tanto c’è una frase, un verso, un brandello di testo che finalmente coincide con il pensiero interiore. E allora il filosofo diventa ladro, plagiatore felice, pronto a consegnare quei tesori rubati a chi ama, come una moneta preziosa presa in prestito.

Floridi, nel suo struggente monologo interiore, mette in scena il dramma di tutti noi: la paura di non essere compresi, di non trovare le parole giuste, di vedere il proprio pensiero ridotto a un’ombra di ciò che avrebbe potuto essere. È un lamento, ma anche una confessione di resa: se non possiamo essere poeti, possiamo almeno essere ladri intelligenti, in cerca di parole migliori da far nostre.

Post Originale

https://medium.com/@lfloridi/on-reticence-series-notes-to-myself-6993a5c73f88