Joe Tsai, presidente di Alibaba Group Holding, ha recentemente lanciato una serie di domande filosofiche sulla reale capacità dell’intelligenza artificiale di superare l’intelligenza umana e sull’effettiva utilità dei robot umanoidi. In un’epoca in cui l’IA sembra essere la chiave per risolvere ogni problema, la sua riflessione non è solo provocatoria, ma mette a nudo i limiti di una visione troppo semplicistica del futuro tecnologico.
Tsai ha parlato durante la finale di Jumpstarter a Hong Kong, un evento organizzato dal fondo per imprenditori di Alibaba per sostenere le startup emergenti. Pur riconoscendo il potenziale trasformativo dell’IA, ha sollevato dubbi sul concetto di intelligenza artificiale generale (AGI). Se le macchine possono elaborare informazioni più velocemente degli esseri umani, ciò le rende davvero più intelligenti? Secondo Tsai, la risposta è no. L’intelligenza umana non è solo calcolo e logica: è emozione, empatia, capacità di interazione sociale. E su questi aspetti, l’IA è ancora distante anni luce.
Ha citato il suo stesso ruolo di genitore per evidenziare come l’educazione all’interazione sociale e alla gestione delle emozioni non sia un processo codificabile in semplici dati di addestramento. Come può una macchina imparare la complessità delle emozioni umane senza un set di dati adeguato? Questo, secondo Tsai, è il vero punto critico: senza empatia, senza compassione, un’IA non può essere considerata “più intelligente” degli esseri umani, ma solo più veloce nel processare numeri.
Oltre a questo, ha messo in discussione la corsa alla costruzione di robot umanoidi. Perché replicare l’aspetto umano quando i robot industriali svolgono già funzioni specifiche in modo più efficiente senza bisogno di somigliare a persone? Il trend, particolarmente forte in Cina, sembra più una mania estetica che una reale necessità tecnologica. Per le applicazioni domestiche, Tsai ha ironizzato sulla presenza inquietante di un “estraneo umanoide” in casa, preferendo invece dispositivi pratici e funzionali, come un robot aspirapolvere. Il suo punto di vista è chiaro: le macchine dovrebbero fare ciò che gli umani non vogliono fare, non sostituirli in ciò che invece vogliono fare.
Infine, ha sollevato una domanda tanto provocatoria quanto fondamentale: le IA dovrebbero avere un genere? La distinzione biologica tra uomo e donna è fatta di differenze fisiologiche e ormonali, dunque se l’IA si avvicina all’intelligenza umana, bisogna considerare anche questo aspetto? Oppure, come sostiene Shawn Shang di RobotEra, i robot dovrebbero essere “unisex” per adattarsi meglio alle esigenze degli utenti?
Mentre la tecnologia continua a evolversi, il discorso di Tsai impone un momento di riflessione: l’innovazione non dovrebbe essere guidata solo dalla possibilità tecnica, ma anche dalla sua effettiva utilità e dalle implicazioni etiche. La domanda chiave, dunque, non è se possiamo costruire macchine più intelligenti degli esseri umani, ma se dovremmo farlo e a quale costo.