OpenAI e il feticismo del titolo: quando il PhD diventa una scusa per bruciare soldi
Il culto del titolo accademico ha ormai raggiunto livelli parossistici, e OpenAI sembra esserne un caso da manuale. L’idea che “PhD-level” sia una metrica affidabile per valutare competenze è tanto ridicola quanto diffusa. Un dottorato non è un attestato di intelligenza superiore, né una garanzia di capacità analitica straordinaria. È solo la prova che qualcuno ha avuto la pazienza (o la disperazione) di sopportare anni di stipendi da fame, burocrazia soffocante e una cultura accademica autoreferenziale.
Eppure, OpenAI –se le notizie sono accurate sembra convinta che l’unico modo per valutare l’output delle sue IA sia spendere cifre folli per assumere dottorandi a pacchi, mentre paga altri PhD per supervisionare il lavoro di quegli stessi dottorandi. Un meccanismo che, se fosse applicato a qualsiasi altra industria, farebbe ridere i polli. È come se un ristorante assumesse dieci chef stellati per cucinare un piatto di spaghetti, poi ne ingaggiasse altri cinque per assaggiarlo e altri tre per scrivere un report sulla qualità della pasta. Il tutto con un budget che permetterebbe tranquillamente di sfamare l’intera clientela per un anno.
La verità è che OpenAI, in questo momento, sembra disperata. Sta cercando di comprare credibilità a suon di titoli altisonanti, perché sa che la sua posizione è sempre più fragile. L’AI generativa è in una fase di transizione critica, dove il valore reale del prodotto è ancora nebuloso e l’hype sta lentamente sfumando. Per giustificare il prezzo delle sue soluzioni, OpenAI ha bisogno di vendere la narrativa della “massima qualità”, e quale modo migliore se non riempire il team di PhD strapagati per fare ciò che un buon team di ingegneri e data scientist potrebbe gestire con molta più efficienza?
Il punto chiave è che la vera innovazione raramente nasce da chi è più titolato, ma da chi è più capace di pensare fuori dagli schemi. E la storia della tecnologia lo dimostra: i grandi progressi non sono arrivati dai burocrati dell’accademia, ma da visionari, hacker e imprenditori con una sana dose di pragmatismo. Se OpenAI continua a credere che il suo vantaggio competitivo risieda nell’accumulare PhD come Pokémon, rischia di scoprire troppo tardi che il mondo dell’AI non è più disposto a comprare fumo.
OpenAI sta preparando il terreno per il suo prossimo grande colpo: agenti AI personalizzati con tariffe mensili che oscillano tra i 2.000$ e i 20.000$, a seconda del livello di sofisticazione. Sì, hai capito bene. Se sei uno sviluppatore software, preparati a sborsare 10.000$ al mese. Se hai un PhD, il prezzo sale a 20.000$. Non è fantascienza, è il futuro secondo Sam Altman & Co.
L’idea è semplice: invece di limitarti a usare ChatGPT, avrai un agente AI su misura per te, capace di apprendere dalle tue abitudini, automatizzare i tuoi flussi di lavoro e in teoria farti guadagnare più di quanto spendi. Ma la domanda è: chi è davvero disposto a pagare queste cifre?
Il modello di business di OpenAI: esclusività o follia?
Questo nuovo pricing sposta OpenAI da una piattaforma consumer-friendly a un club per élite tecnologiche. L’azienda sta puntando tutto sul valore percepito, cercando di attrarre grandi aziende, hedge fund, società di consulenza e ricercatori di alto livello. È una mossa in stile Apple: non vendere tecnologia, vendere status.
Il problema è che questa strategia potrebbe alienare la base di utenti comuni che hanno fatto il successo di ChatGPT. Se il futuro dell’AI è riservato solo a chi può permettersi 20.000$ al mese, la democratizzazione dell’intelligenza artificiale diventa una barzelletta.
Il confronto con la concorrenza
Microsoft, Google e Meta non staranno a guardare. Se OpenAI alza i prezzi alle stelle, questi colossi potrebbero rispondere offrendo soluzioni più accessibili, magari integrandole nei loro ecosistemi esistenti. Copilot di Microsoft è già incluso in molte licenze aziendali, mentre Google sta spingendo Gemini nelle sue suite cloud senza prezzi proibitivi.
Se OpenAI non riesce a giustificare il valore di un abbonamento a cinque cifre, rischia di trovarsi in una nicchia troppo ristretta per sostenere il proprio modello di crescita.
AI: investimento o speculazione?
Per un’azienda, investire in un agente AI a 20.000$ al mese potrebbe essere giustificato se porta a risparmi o guadagni superiori. Ma senza dati concreti su quanto questi agenti siano realmente efficaci, il rischio è di trovarsi di fronte a una bolla speculativa, simile a quella delle crypto o degli NFT.
L’intelligenza artificiale è senza dubbio il futuro, ma OpenAI sta scommettendo su un pricing che potrebbe rivelarsi un boomerang. Se il mercato non risponde, non sarà difficile trovare alternative più economiche e scalabili.
E tu, pagheresti 20.000$ al mese per un AI assistant?
La vera domanda è: quanto deve essere potente un’AI per giustificare un prezzo così alto? Siamo di fronte a un nuovo paradigma o a una mossa di marketing che farà la fine di tanti altri hype tecnologici?
Nel frattempo, chi non ha 20.000$ da buttare, può sempre continuare a usare ChatGPT gratuito… finché dura.
Rimanendo in TEMA
Salesforce e la sfida degli agenti AI: costi elevati e ostacoli alla vendita
Salesforce ha recentemente introdotto Agentforce, una piattaforma che consente alle aziende di creare agenti AI autonomi per assistere clienti e dipendenti 24/7. Questi agenti sfruttano modelli di linguaggio avanzati per comprendere e rispondere alle richieste senza intervento umano, promettendo un aumento dell’efficienza operativa.
Tuttavia, l’adozione di Agentforce presenta sfide significative, in particolare riguardo ai costi. Salesforce ha adottato un modello di pricing basato sull’uso, addebitando $2 per conversazione gestita dall’agente AI. Sebbene possano essere previsti sconti per volumi elevati, questo approccio può rapidamente accumulare spese considerevoli per le aziende con un alto volume di interazioni.
La previsione dei costi diventa complessa, poiché un aumento improvviso delle richieste dei clienti può far lievitare le spese inaspettatamente. Questo rende difficile per le aziende pianificare il budget e valutare il ritorno sull’investimento.
Oltre ai costi, Salesforce sta affrontando difficoltà nel vendere Agentforce. Nonostante l’entusiasmo iniziale, la domanda per questi agenti AI è stata inferiore alle aspettative. Questo rallentamento ha contribuito a una diminuzione del valore delle azioni di Salesforce, evidenziando le sfide nel convincere le aziende ad adottare questa nuova tecnologia.
Per affrontare queste difficoltà, Salesforce ha annunciato l’assunzione di 2.000 nuovi venditori con l’obiettivo di promuovere Agentforce e ampliare la base clienti, attualmente composta da circa 1.000 aziende. Questo sforzo sottolinea l’importanza strategica attribuita da Salesforce agli agenti AI, nonostante le sfide attuali.